ASSOCIAZIONE ARTISTI CREMONESI

1. Il contesto delle origini: il secondo dopoguerra

Uno sguardo al passato, e più precisamente al contesto storico, sociale e culturale, che venne a crearsi all'indomani della conclusione della Seconda Guerra Mondiale, permetterà di scandagliare il “fondale”cremonese ed intuire il clima che si respirava nell'ambiente artistico locale, dal quale scaturì nell'arco di qualche anno l'esigenza di dar vita ad una associazione che raccogliesse le esperienze creative dei singoli artisti, le loro intenzioni e le loro necessità, rappresentandoli ufficialmente di fronte alla collettività. Le remote origini di questa volontà di riunirsi possono così essere intraviste e ritracciate, paradossalmente, proprio nella confusione e nell'isolamento che il conflitto aveva portato con sé, segnando in moltissimi casi l'esperienza individuale e umana degli artisti o dei futuri tali, molti dei quali, giovani o giovanissimi, si erano impegnati attivamente nelle vicissitudini belliche, come soldati o come partigiani, finendo anche esuli o prigionieri in campo di concentramento. Proprio costoro, dopo la conclusione della tragica esperienza bellica, reagirono a questa condizione di lacerazione interiore, solitudine e sofferenza, e, infiammati da una volontà di ricostruzione e rigenerazione che, intesa in senso lato, sfociava in una ferma determinazione, si votarono ad un coraggioso impegno al fine di creare una civiltà diversa, una cultura nuova. Così accadde a Cremona, come in innumerevoli altri luoghi che conobbero il fiorire di slanci culturali aperti all'innovazione. “Si incontrano, artisti ed amici, cercando una condivisione di ideali che consenta la costruzione di una libertà culturale, mai assaporata, ma certo vagheggiata a lungo, negli anni „bui‟: collaborazione, sperimentazione, polemica, libertà, … queste le parole da spendere, gli ideali di chi, giovane o meno giovane, affronta con slancio l‟approccio con la seconda metà del secolo: è la scommessa esistenziale e culturale che contrassegna il clima del tutto particolare del secondo dopoguerra.” (Cordani 1998). Si apriva così un periodo animato da vivaci dibattiti e discussioni, un'epoca in cui chi era protagonista sentiva su di sé e in sé il desiderio e in un certo senso il dovere di rinnovare il proprio “terreno di gioco”, di plasmare e riplasmare il proprio contesto di appartenenza, di dare il proprio contributo ad una nuova pagina di storia, partecipando vigorosamente al processo di ricostruzione del Paese. Indubbiamente non si trattò di un cambiamento radicale che sconvolse la società e la cultura dall'oggi al domani, bensì di un arco temporale di transizione, seppure non amplissimo, in cui, accanto alle spinte maggiormente innovative e sciolte da vincoli precedenti, coesistevano realtà che ancora subivano gli strascichi dell'epoca precedente, sia da un punto di vista pratico ed organizzativo, come ad esempio alcune forme associative e sindacali che nella forma traducevano e ricalcavano le precedenti istituzioni del Regime, sia da un punto di vista prettamente ideologico, ancora inizialmente troppo deboli o, al contrario, strenuamente in contrasto con ciò che le aveva precedute. Si assisteva anche ad una prassi, tipica di alcune epoche storiche, in cui le idee erano spesso percepite come espressioni di un'opposizione più che di una personale connotazione concettuale. In ogni caso, non si poteva prescindere dal passato, anche nel momento in cui ad esso ci si ribellava con tutte le proprie forze. Tuttavia, era necessario uscire dal circolo vizioso dell'essere “contro” per raggiungere il piano della parità e dell'accettazione della diversità d'opinione. Lentamente, questo processo prese corpo e si concretizzò, anche da un punto di vista strettamente artistico, segnando la definitiva archiviazione delle esposizioni a tema, codificate, retoriche e ridondanti promosse dal Regime, uniche risorse culturali di allora, come il “Premio Cremona”, tipica manifestazione del ritorno alla figurazione, di quella reazione violenta alle istanze innovative e scardinatrici delle Avanguardie storiche che si rifugiava nelle forme sicure del passato “classico”. Il primo, vero episodio in cui trovò spazio la possibilità di un incontro libero e tra artisti ed artisti, e tra artisti e pubblico, fu quello dell‟allestimento di una mostra presso le Colonie Padane, che ebbe luogo nel 1946, in condizioni quanto mai precarie, di fortuna. “Era appena finita la guerra: in una Cremona disastrata in ogni senso si ricomponevano, si ritrovavano e cominciavano ad operare gli artisti anziani e giovani che dovevano farsi conoscere, tutti pieni di voglia di vivere per ricostruire una nuova „civiltà‟. In quel luogo, in quella mostra, iniziò la rinnovata cultura (…). Ricordo diversi artisti e pochi critici d‟arte, un allestimento a dir poco alla Peppone e Don Camillo, le opere sistemate negli scantinati e nei servizi delle colonie. Fu proprio in quella occasione che avvenne lo stacco tra il vecchio e il nuovo (…).” (Priori 1998). Nella difficoltà, insomma, sorse il cambiamento. O meglio, sorsero i cambiamenti. Perché laddove inizia ad esserci libertà d'espressione, si moltiplicano le iniziative, si diversificano i gruppi, e il contesto diventa più complesso. Si creano anche, inevitabilmente, delle divisioni, alcune delle quali, nel corso del tempo, diverranno tanto feroci da risultare insanabili, nonostante l‟obiettivo comune di rivitalizzare l'arte cremonese. “Da tenere presente, inoltre, la difficoltà degli artisti di lavorare e vivere in una provincia che se da un lato consente la calma, dall'altro crea problemi che la metropoli non ha, soprattutto per gli artisti impegnati che puntano „all'arte per l'arte‟ vivendo l'intera vita per questo scopo” (Priori 1998). Gli anni successivi, comunque, furono intensissimi e vivacissimi. Tante, tantissime personalità lasciarono il segno in quel periodo di ricostruzione che animò l'ultima parte degli anni Quaranta e sfociò nel primo lustro degli anni Cinquanta. A testimonianza di tale molteplicità e vivacità di fondo si possono segnalare alcuni eventi, certamente non esaustivi del panorama variegato di quegli anni, ma comunque costituenti piccole tracce che ne tratteggiano l'emblematicità. Immediatamente dopo la conclusione della guerra, si era costituita a Cremona l'Associazione Amici dell'Arte, che si proponeva come scopo la valorizzazione delle bellezze artistiche della città e l'incoraggiamento nei confronti degli artisti cremonesi a far rivivere quel fervore creativo e quell'artisticità operosa che avevano caratterizzato la città nei secoli gloriosi del Medio Evo e del Rinascimento. Nel 1949 questa associazione si fuse con un altro sodalizio, esistente da circa un ventennio, cioè la Famiglia Artistica, dando vita all'A.D.A.F.A., che da quel momento in poi promosse interessanti calendari culturali facendosi perno delle ricerche compiute dagli autori cremonesi. Nel contempo altri artisti si erano riuniti a formare il Gruppo Artistico Leonardo, tra le cui fila hanno “militato” oppure si sono formati molti artisti che oggi fanno parte dell'Associazione Artisti Cremonesi. Esisteva poi la “Casa della Cultura”, ma si erano costituite anche altre realtà, alcune delle quali con intenti propriamente sindacali per la tutela professionale degli artisti. La necessità di diffondere una cultura nuova e vitale portò peraltro anche alla nascita di un foglio letterario che pubblicava poesie, disegni ed altre forme di espressione creativa e raccoglieva i nomi e le esperienze di molti. Una penna particolarmente sferzante ed incisiva ha scritto: “si formarono gruppi di ideologia marxista, quelli di parrocchia, altri che credevano nel tecnico-professionismo, quelli che non credevano in niente e si rendevano cani sparsi. Tutto il branco così scomposto era alla mercé del fato” (Priori 1998). E proseguiva dicendo: “ma gli artisti di allora erano anche pronti ad atti di generosità come l'aiuto dato ad uno sfortunato nostro artista [Ettore Baroschi] che stava diventando cieco; promossero alcune mostre il cui ricavato servì per il costoso intervento”. Contemporaneamente, comunque, si moltiplicarono anche gli incontri “liberi” di altri artisti, che si ritrovavano assiduamente praticamente dovunque, nelle case private, negli studi di alcuni di essi, in alcuni locali pubblici dalla dimensione familiare e amichevole, come i bar. Ognuno di questi luoghi garantiva una discussione accesissima ed appassionata, libera da condizionamenti, anche perché la frequentazione delle persone non implicava l‟assunzione di etichette di qualsivoglia genere. Le idee, gli scritti, le riviste, i libri, le informazioni circolavano a ritmo frenetico, confluendovi anche da altre città (Milano in primis, ma anche Brescia, Bergamo, Piacenza,…) grazie agli apporti dei protagonisti che si spostavano ad arricchire le proprie esperienze artistiche ed a soddisfare la propria sete di cultura. Le polemiche e le contestazioni, che a volte si caricavano di accenti bohémien, sfumarono gradatamente per lasciare il posto a concrete acquisizioni di comportamenti ed impegni; emersero con insistenza e spessore istanze di rinnovamento dell'arte, da un punto di vista contenutistico e formale, tematico e tecnico, da diffondere con coraggio e positività costruttiva. 
FOTO: Milano, Galleria Barbaroux, 1956. I pittori Naponi, Mori, Marengo, il critico De Marchi, lo scultore Lodi, i pittori Azzini (in ginocchio), Pastorio e Misani. (Foto Mercurio).
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