ASSOCIAZIONE ARTISTI CREMONESI

5. Il Palazzo dell'Arte: una questione trasversale, tra storia e cronaca

La storia dell'Associazione Artisti Cremonesi si intreccia con le vicissitudini e le vicende della città e con alcuni suoi aspetti peculiari. Uno di questi è il dibattito, infiammatosi tra gli anni Ottanta e Novanta, ma in realtà risalente a tempi più lontani, su Palazzo dell'Arte, uno degli edifici cittadini che ha avuto fin dalla sua costruzione un'esistenza piuttosto “tormentata”… Facciamo un passo indietro. Il palazzo si affaccia su Piazza Marconi, la cui area fu ricavata in seguito alla demolizione, avvenuta in epoca prebellica, del grande convento di Sant'Angelo, di cui oggi rimane il nome nella piazza retrostante il palazzo stesso. Nel periodo fascista ebbe luogo una massiccia operazione di riqualificazione urbanistica nella zona, comprendente anche proprio la progettazione e la realizzazione del palazzo, che nelle intenzioni di Roberto Farinacci avrebbe dovuto ospitare, come suggeriva il nome, manifestazioni di tipo artistico, in particolar modo il Premio Cremona. Nell'ottica del gerarca, l'evento avrebbe dovuto visivamente rispecchiare i canoni imposti dalla dittatura e concretamente convogliare le tendenze espressive e culturali entro termini ben precisi, accettati e codificati dal Regime. Scrisse Elia Santoro (La Provincia, 13 febbraio 1990): “per fare le cose in grande e coinvolgere il mondo degli architetti e degli ingegneri, si bandì il concorso; gli eventi tragici della guerra e le restrizioni annonarie e di ogni altro genere non riuscirono a bloccare l'iniziativa farinacciana e proclamato il vincitore della gara, l‟architetto napoletano Carlo Cocchia, (…) l'edificio dal 1941 poté innalzarsi”. Curiosamente, poi, come riportò Fabrizio Loffi (La Provincia, 4 marzo 1990), “il Palazzo dell‟Arte sarebbe un'opera abusiva, costruita su un'area che il piano regolatore destinava a mercato: per edificarlo si alterò il piano e non si ottenne la concessione del Comune. Anzi, quando l'edificio era già in avanzato stadio di costruzione, la commissione edilizia rinnovò il proprio parere negativo, considerando come i materiali adoperati, tra cui il marmo cipollino, poco si adattassero agli agenti atmosferici”. I lavori di costruzione, tuttavia, non furono portati a degna conclusione, sicché il palazzo rimase incompiuto; fu compito dell'amministrazione comunale, nel dopoguerra, portarne a termine il lavoro. Immediatamente si pose la questione della destinazione del palazzo. “Nel '48 (…) gli artisti compresero che quella era un'occasione per avere un edificio per le loro mostre e ne reclamarono con vigore l'utilizzazione in tal senso. Il presidente del Collegio delle Arti, il prof. Mario Coppetti, scrisse e inviò petizioni, ma poco riuscì ad ottenere. E così nel Palazzo dell'Arte si svolse qualche esposizione di pittura (…) destinato intanto a dare ospitalità alla Fiera merceologica di settembre.(…) A causa del mancato affidamento agli artisti cremonesi dell'arredo e dell'ornamento delle sale, si verificò una scissione ed un gruppo di artisti uscì dal Collegio delle Belle Arti, che non avrebbe difeso con sufficiente energia i loro interessi.” (Taglietti, La Provincia, 14 gennaio 1989). Forse a causa del mancato completamento iniziale, magari quel senso di abusivismo che si trascinava, o più probabilmente a motivo del peso storico e ideologico che per anni ha gravato su quei mattoni influendo negativamente sulla configurazione e destinazione del palazzo, o forse ancora per altre, diverse ragioni, sta di fatto che dal 1947 fino a tempi recentissimi al palazzo sono stati assegnati diversi ruoli molto differenti tra loro, che lo hanno trasformato in un “contenitore” in grado di ospitare sì esposizioni d'arte, tra cui le già citate Mostre di Primavera ed altre rassegne interregionali, ma solo in circostanze temporanee e non sicuramente in modo preminente. Eppure “era una sede espositiva perfetta, economica per gli allestimenti, luci naturali ottime, mancava solo un ascensore per opere e persone, disponeva di un ampio parcheggio in Piazza Marconi”. (Priori, La Provincia, 23 ottobre 1998). Proprio in seguito all'allestimento di “Cremona „63”, “(…) in occasione dell‟inaugurazione della mostra [il critico Mario]Monteverdi solleva (…) il problema dell‟utilizzo di Palazzo dell'Arte, i cui spazi erano (…) occupati da altre funzioni che non quelle di carattere artistico e culturale istituzionali, e ne richiede la restituzione alle finalità originarie.” (Cordani 1998). Nel corso dei decenni, infatti, il Palazzo dell'Arte è stato sede di un dancing e della stazione degli autobus (con annesse biglietterie e sale d'aspetto), così come del Museo Civico di Storia Naturale e della sezione Arredamento dell'Istituto Internazionale dell‟Artigianato Liutario e del Legno (IPIALL), correndo peraltro anche il pericolo di essere abbattuto. Non sono mancati, comunque, in quasi settant'anni di vita, interventi di tecnici qualificati, architetti, studiosi d'arte, al fine di proporre idee per poter utilizzare questo immobile in maniera più consona e meno snaturata rispetto a quanto aveva subito la progettazione originaria del Cocchia. Alla fine degli anni Ottanta, poi, il dibattito si riaccese. Si tornò a parlare di Palazzo dell'Arte all'interno di un discorso più generale, che investiva il destino di Piazza Marconi, per la quale, grazie ad alcuni scavi archeologici, era rinato l'interesse, anche se ancora non si conosceva con certezza (ma si sospettava) l'importanza dei resti archeologici nascosti al di sotto del manto stradale; una quindicina di anni dopo, all'incirca, la cosiddetta Domus del Ninfeo sarebbe ritornata alla luce, con tutto il suo immenso patrimonio di reperti e il suo bagaglio di valori storico-culturali. L'Associazione Artisti Cremonesi focalizzava nuovamente l‟attenzione sul Palazzo dell'Arte, proponendo un nuovo argomento che andava ad arricchire il dibattito sulla riqualificazione urbanistica e sulla connotazione culturale della città di Cremona: in particolare, promuoveva in data 2 marzo 1990 una vera e propria tavola rotonda, in Sala Rodi, per presentare le linee di un progetto che auspicava la rivitalizzazione di quell'insigne edificio, uno degli esempi più moderni dell'architettura locale, sebbene contaminata con qualche elemento più propriamente mediterraneo. Alla presenza di esperti e personalità competenti nel settore della progettazione urbanistica e delle attività culturali si parlò di restituire il palazzo alla funzione originaria, ottenendo la destinazione per la quale era stato costruito, nella speranza di stemperare definitivamente quell'alone di negatività che da sempre lo aveva circondato. Nella fattispecie, si propose la creazione di un centro polifunzionale finalizzato alla promozione delle arti figurative e applicate, ovverosia uno spazio polivalente destinato ai estimatori dell‟arte sotto tutte le sue forme, nonché un luogo adatto ad ospitare quelle associazioni che con specificità proprie si occupavano della promozione artistica e culturale della città. Per l'Associazione Artisti Cremonesi avrebbe costituito l'avverarsi di una delle istanze che permeava le fibre più profonde del suo spirito, cioè la rivendicazione di una maggiore attenzione verso il mondo delle arti visive nell'epoca contemporanea. Il patrimonio artistico della contemporaneità avrebbe così trovato – secondo il progetto vagheggiato dall'Associazione – una felice collocazione in grado di valorizzarne appieno le qualità estetiche e culturali, grazie all'allestimento di una vera e propria galleria d‟arte moderna, dove esporre una collezione permanente di opere d‟arte di artisti della fine dell'Ottocento e del Novecento, ed organizzare con regolarità mostre a tema ed antologiche. Il tutto avrebbe potuto essere corredato da un archivio avente funzione di luogo di ricerca e punto di incontro per studiosi ed appassionati, per soddisfare tutte le esigenze di informazione e ricerca, in quanto “chiunque si occupa di ricerche storiche sulla personalità dei singoli artisti sa quanto sia difficile recuperare notizie, data la grande dispersione di materiale.” (Loffi, La Provincia, 13 febbraio 1990). Affiancando a tutta questa struttura alcuni spazi culturali paralleli, il Palazzo dell'Arte sarebbe divenuto una struttura ricettiva e propositiva, uno spazio dove conservare ma anche esercitare e promuovere, un laboratorio-ginnasio, vivo ed aperto alle dimensioni estetiche ed espressive della contemporaneità. Il progetto di riqualificazione di Palazzo dell'Arte fu quindi inserito in un più ampio e ponderoso piano che mirava ad una nuova valorizzazione del centro storico, al recupero dell‟immagine delle architetture storiche cittadine e la promozione delle specificità locali in termini di produzioni artistiche ed artigianali; l'idea era quella di creare un sistema museale integrato, una rete di “contenitori” culturali altamente specializzati e differenziati ad integrazione di tutti i settori della vita culturale. Il tutto venne presentato per la richiesta di finanziamento al Fio (Fondo Investimento Occupazione, istituito dall'allora CEE). Ma poi non se ne fece nulla, e l'0ipotesi di tramutare il Palazzo dell'Arte in uno scrigno dell'0arte moderna e contemporanea naufragò. Ma, ad oggi, la questione sembra essersi felicemente risolta. Tramontata fortunatamente l'0ipotesi di farne un Museo del Calcio, e dopo essere stato il deposito e il laboratorio di studio e restauro utilizzato dagli archeologi che hanno lavorato allo scavo di piazza Marconi, il Palazzo dell'Arte, insieme alla “sua” piazza, è ora oggetto di un ampio progetto di riqualificazione che ha l'obiettivo di far nascere il Museo del Violino, un unico, prezioso luogo dove far convergere tutte le sfaccettature del mondo della liuteria, le eccellenze dell'epoca classica di Stradivari, ma anche opere moderne e contemporanee. Grazie all'intervento della Fondazione Arvedi Buschini, che si è fatta interamente carico dell'onere della spesa e ne farà un dono per la città di Cremona, il palazzo progettato dal Cocchia è in questi mesi sottoposto ad un grande intervento di recupero: potrebbe essere la volta buona per sanare l'aperta ferita pluridecennale dello “sfortunato” Palazzo dell'Arte, che finalmente si spoglierebbe delle famigerate vesti infauste che l'hanno oppresso per molto tempo per rivestirsi di un'aura che si potrebbe finalmente chiamare “artistica”. Chi vivrà, vedrà.
Crediti Graphomedia - AlpiSol