ASSOCIAZIONE ARTISTI CREMONESI

3. La vita dell'Associazione nei primi decenni

Il 1958 vide la realizzazione della III Mostra di Primavera, allestita nel mese di giugno, elogiata per l'eleganza e il decoro. “Oltre all'Ente Provinciale del Turismo, si mossero altri Enti Pubblici con diversi acquisti; la Banca Popolare di Cremona concesse una piccola borsa di studio che, su segnalazione della commissione degli artisti anziani, fu assegnata a [Felice Abitanti] senza pretendere nessun dipinto, ma solo a scopo di incoraggiamento per un giovane pittore promettente. Era fatta. L'Associazione aveva acquistato fiducia presso gli organi del potere politico ed economico” (Abitanti 1998).

Cremona, Palazzo dell'Arte, 1958. III Mostra di Primavera. Al centro si riconoscono Felice Abitanti con Oscar de Marchi; a destra il pittore Tino Aroldi di Casalmaggiore (foto Quiresi).

Intanto, parallelamente alle iniziative ed alle manifestazioni, proseguiva il dibattito sulla professionalità dell'artista, che verteva maggiormente sul quesito se essa fosse o meno un elemento qualificante, assolutamente essenziale per la figura dell'artista. Il pittore Sereno Cordani, in una lettera indirizzata all'Associazione, scritta proprio nell'anno della sua fondazione ufficiale, sottolinea la necessità di dire che “fino all'altro ieri abbiamo guardato all'arte come ad un'esigenza morale per impostare i problemi più scottanti del nostro tempo. Si era parlato, in nome dell'artista, di un agire culturale, dell'arte come una sovrastruttura per modificare una struttura. Finché un giorno (…) alcuni si sono accorti che questo agire culturale (…) significava compromettersi troppo con le contingenti necessità del guadagno. (…) Siamo perfettamente d'accordo quando si dice che il professionismo è determinante per un artista, ma se ciò non è possibile per cause contingenti, non si deve sottovalutare l'opposto. Agli inizi la quasi totalità degli artisti dovette sopportare la necessità dei lavori più disparati e ciononostante arrivarono alla professione con una maggiore coscienza dei problemi ideali e morali. (…) Ognuno si sceglie la via dell'arte nel modo più consono al proprio temperamento e nel rispetto del personale concetto della dignità (…). La soluzione sta a nostro avviso a qualificarsi attraverso le opere [che] (…) senza discriminazione (…) debbono parlare per l'artista”. Una battaglia ideologica, la sua, o meglio teorica, che guardava maggiormente alla figura dell'artista nella sua identità rispetto alle sue prerogative sindacali. Ciò che contava, secondo lui, era il risultato della ricerca creativa, l'opera d'arte. Il 1958 non era ancora finito, quando la neonata Associazione Artisti Professionisti rivolgeva il proprio sguardo altrove, fuori dai confini di Cremona, non solo della città ma anche della provincia, “sbarcando” a Verona, dove 19 tra gli artisti iscritti esposero in una collettiva presso la Galleria San Luca. 

FOTO: Verona, Galleria San Luca, 10/11/1958 (foto Ezio Quiresi). 


L'intenzione era quella di intrecciare rapporti artistici con gli altri autori, provenienti da centri culturali differenti, al fine di condividere gli stessi ideali di rinnovamento per l'arte, arricchire la propria esperienza con l'altrui contributo, scoprire nuove possibilità di ricerca, essere spronati ad un continuo e vigoroso miglioramento. Seguono anni fervidi di iniziative e lacerati da polemiche e difficoltà interne, ora sublimati da successi e brillanti risultati confermati da critica e pubblico, ora ammorbati da divisioni che allontanavano gli artisti dall'obiettivo comune; personalità diverse concepivano l'evolversi della figura dell'artista in modo differente, soprattutto in relazione al suo rapporto con il mondo dell'attualità di allora; ci si interrogava sulla legittimità di un impegno con la società, talora visto come determinante talora percepito come inutile e vano, un giorno necessariamente super partes, un giorno dopo inevitabilmente compromesso. La società stessa era in alcuni casi vista come luogo nel quale spendere le proprie energie in quanto sorgente di ideali vivificanti, in altre circostanze come fonte di massificazione da cui rifuggire per distinguersi. L'arte appariva come strumento provocatore e generatore di un cambiamento, ma qualche volta si ammantava di nostalgici caratteri di evasione. Il ritorno alla tradizione si alternava all'avanguardia più sanguigna, alle istanze più sentitamente innovatrici. Nel 1960 si approdò alla IV Mostra di Primavera, l'ultima edizione della rassegna, ritornata all'originaria sede di Palazzo dell'Arte. L'intenzione degli organizzatori, l'auspicio che ciascuno di essi condivideva era quello di rimarcare la possibilità di un colloquio fra artisti, critici e pubblico, un dialogo proficuo e produttivo che facesse riflettere gli animi più inclini all'attività intellettuale ed all'esperienza estetica sul presente e sul futuro dell'arte cremonese, allo scopo di assumersi una volta per tutte le responsabilità di interpretare la cultura del proprio tempo e incamminarsi in un percorso preciso e condiviso.
Il 1961 segnò per il sodalizio artistico cremonese un successo conclamato grazie all'esposizione denominata “Cremona „61”, che oltre alla presenza ormai abituale dei rappresentanti dell'associazione ed esponenti del mondo artistico locale si avvalse anche delle voci o, sarebbe meglio dire con una sineddoche, delle “mani” di alcuni tra i più significativi autori di quattro province, tutte limitrofe, limitrofe di Brescia, Bergamo, Mantova e Piacenza. Mario Monteverdi, critico che negli anni fu molto vicino all'Associazione, nel presentare l‟esposizione la tratteggiò efficacemente come “luogo d‟incontro di forze sane, schiette, sottratte al nefasto influsso delle mode e dei fittizi favori mercantili”. Un giudizio positivo ed incoraggiante. Nel 1962 alcuni associati, dopo un sostenuto dibattito interno, decisero di costituire la sezione cremonese del S.I.A.B.A. (Sindacato Italiano Artisti Belle Arti), che faceva capo alla CISL; vi aderirono gli scultori Ercole Priori e Dante Ruffini e i pittori Giorgio Mori, Piero Marcotti e Giovanni Misani. La questione della professionalità dell'artista, della sua tutela e della sua valorizzazione, era sempre presente e sentita. Nel medesimo anno fu allestita la rassegna artistica interregionale “Cremona „62”, che si allargò rispetto all'edizione precedente: fu confermata la partecipazione di esponenti bresciani, bergamaschi, mantovani e piacentini; ad essi si unirono altri colleghi, provenienti dalla provincia veneta di Verona e dalla provincia emiliana di Parma, anch'essa confinante con il territorio cremonese nelle sue propaggini casalasche.


Il critico Mario Monteverdi (foto Ezio Quiresi)

Sebbene all'interno di un clima evidente di ricerca e sperimentazione, l'esposizione si qualificava per serietà e senso della misura, che evitava lo sconfinamento da parte degli artisti in esiti eccessivi e parossistici dal punto di vista espressivo.L'Associazione Artisti Professionisti mostrava al pubblico la propria vitalità e il proprio impegno: l'anno seguente, nel 1963, venne riconfermato il medesimo evento con la promozione e l'organizzazione di “Cremona „63”, ospitata nella ormai consueta cornice di Palazzo dell'Arte. L'interregionalità della rassegna, giunta alla terza edizione, fu ulteriormente sancita da una nuova espansione di partecipanti, provenienti da ben dieci città diverse: oltre al nostro capoluogo, città ospitante, vi presero parte artisti provenienti da mezza Lombardia, ovverosia Brescia, Bergamo, Como, Mantova, Pavia e Varese, ai quali si aggiunsero nuovamente autori appartenenti all'ambiente artistico delle province confinanti, affacciate sul Po, di Parma e Piacenza, insieme alla già vista Verona. “Presentata da un comitato di esperti (Mario Monteverdi, Mario Ghilardi ed Elda Fezzi) (…) la rassegna convoglia anche l'attenzione del pubblico del tempo sui problemi irrisolti di cui soffre l'intera categoria degli artisti, divisa tra esigenze pratiche e idealità culturali” (Cordani 1998). Gli artisti sembravano, secondo il parere della critica, aver finalmente instaurato tra di essi e con il pubblico un rapporto più stretto, evidenziato da un dialogo intessuto con animo concorde e un attivo spirito di collaborazione. Il pubblico, poi, rispose con entusiasmo e positività alla manifestazione. Tuttavia permaneva la ormai caratterizzante dicotomia tra teoria e pratica, tra creatività e professionalità, tra afflato poetico e necessità concrete. Il diritto degli artisti di vivere ed operare, insomma, passava inevitabilmente attraverso un sostegno ed un appoggio che fosse anche tangibile, e che spesso era visto e sentito come carente o assente. Nel corso del tempo, comunque, non vennero meno, anzi continuarono i contatti allacciati con le città vicine, in uno scambio proficuo e reciproco: se Cremona, attraverso le esposizioni organizzate dall'Associazione Artisti Professionisti, aveva ospitato autori provenienti da altri centri culturali, a sua volta venne rappresentata dai suoi artisti i quali vennero invitati a prendere parte ad eventi simili organizzati fuori provincia, come nel caso, solo per fare un esempio, di “Piacenza „63”, esposizione collettiva che registrò la chiamata di ben quarantasei tra pittori e scultori del nostro territorio. L'attività proseguiva senza interruzioni e con indefessa determinazione, cosicché venne inaugurata anche “Cremona „64”, la quarta edizione della ormai consolidata rassegna interregionale, che si distinse per il suo spessore informativo sempre più ampio ed esteso, grazie alla operosa ed instancabile volontà degli artisti ed alla collaborazione di studiosi e critici d'arte, tra i quali si annoverarono, oltre ai già citati Elda Fezzi, Mario Ghilardi e Mario Monteverdi, anche Giorgio Mascherpa, Alfredo Puerari e Franco Voltini. Vi presero parte, peraltro, numerosi artisti di un certo calibro, riconosciuti a livello nazionale, quali “Cassinari, Cherchi, Fontana, Gentilini, Guidi, Guttuso, Santomaso, Sassu, Treccani, Vedova, Dova, Lilloni,…” (Cordani 1998). Segue un anno, il 1965, in cui viene istituito il Premio Vergani, vinto dal pittore Piero Marcotti; è un anno trascorso però principalmente tra momenti di riflessione, di attente e meditate valutazioni, di “bilanci”, soprattutto relativi alla natura e alla situazione dell'Associazione, che era sì legalmente riconosciuta nonché effettivamente ed efficacemente operante, ma era priva di una sede vera e propria, dove potersi collocare e promuovere eventi in tutta autonomia. Fino a quel momento, Enti e privati avevano dato ospitalità agli artisti per le loro esposizioni: successivamente si individuò una piccola sede, situata al civico 5 di via Palestro, presso la quale l'Associazione Artisti Professionisti operò fino al termine del 1967, allestendo in occasione della sua inaugurazione una mostra collettiva con lo scopo di manifestare alla cittadinanza l'impegno per un'attività sempre più intensa ed impegnata, coscienziosa ed “ufficiale”. Nel mese novembre del 1966 venne inoltre inaugurata una mostra che intendeva rendere omaggio al pittore trentino Tullio Garbari (1892-1931). Tuttavia, le dimensioni ristrette, lo spazio insufficiente e le mutate esigenze degli artisti dell'Associazione condussero alla ricerca di una collocazione più consona, e conseguentemente, al trasferimento: un locale sito in via Arisi 2, reso agibile e dignitoso con fatica ed impegno, ospitò il sodalizio dalla fine del dicembre 1967, per oltre vent'anni, fino al 1988. La sede venne denominata “Il Poliedro” e conferì una maggiore stabilità al gruppo di artisti per cui divenne luogo di incontro, confronto, esposizione. Gli associati, ma non solo, potevano finalmente ritrovarsi con regolarità ed assiduità in un contesto adatto a rappresentarli, come suggerisce peraltro il nome stesso della sede, che allude alla molteplicità di tendenze artistiche, alla libertà creativa, alle differenti modalità in cui l'espressività trovava un concreto esito nell'operare artistico. Sfaccettature diverse di un mondo, quello dell'arte, sempre più complesso e stratificato potevano convergere in un crogiolo di idee ed iniziative, scontrarsi nella naturale opposizione di vedute, accogliere stimoli nuovi ed arricchenti, ospitare nomi di altre città, dar vita a mostre personali e collettive che rendessero testimonianza di coloro che interpretavano la realtà di quegli anni cogliendone l'elemento, potremmo definire, poetico. Negli anni trascorsi al Poliedro, la vitalità e l'attualità dell‟istituzione associativa vennero testimoniate da un progressivo rinnovamento, in termini di numero e nomi, dei suoi componenti: alla scomparsa di molti tra i fondatori e all'allontanamento spontaneo di alcuni associati, che non si riconoscevano più nel sodalizio per sopraggiunte divergenze di opinione, fece seguito infatti l'ingresso di nuovi soci, provenienti in particolar modo dalla provincia e dal territorio. Nuove personalità, giovani e meno giovani, diedero un impulso differente all'Associazione: conseguentemente, e secondo il naturale avvicendarsi delle cose, sorsero o risorsero i dibattiti, emersero novità così come permasero le mai sopite questioni circa la definizione della figura dell'artista, la cui identità e professionalità andavano rielaborandosi continuamente al mutare dei decenni e dei contesti socio-culturali. L'attività intellettuale, culturale ed artistica dell‟Associazione si concretizzò nel dare vita a numerosissime rassegne che nell'arco di un ventennio valorizzarono, attraverso le arti visive, il patrimonio valoriale, le radici e le espressioni culturali della nostra terra. Mostre sociali annuali diventarono un appuntamento fisso ed apprezzato, mentre alcune esposizioni tematiche ravvivarono il sodalizio attraverso la partecipazione di un nutrito e qualificato gruppo di artisti: tra di esse ricordiamo, nel 1982, una rassegna che ebbe come protagonista la figura femminile e, nel 1984, un'altra rassegna gravitante intorno al genere della natura morta. Continuativa fu la partecipazione ad importanti eventi artistici e manifestazioni culturali: esempio emblematico, e tra i primi cronologicamente parlando, è quello relativo alla Mostra Monteverdiana, omaggio della città al celeberrimo compositore cui diede i natali nel lontano 1567, tenutasi nel 400° anniversario della nascita del Maestro proprio in concomitanza con il trasferimento della sede in via Arisi, vale a dire nel 1967. Esattamente vent'anni dopo, nel 1987, l'Associazione rendeva omaggio ad un altro, grande illustre cittadino cremonese, Antonio Stradivari, simbolo oggi riconosciuto a livello mondiale dell'arte liutaria, che a Cremona fiorì e raggiunse insuperati traguardi qualitativi: l'esposizione “Pittori e scultori cremonesi – Mostra Omaggio ad Antonio Stradivari” fu un contributo importante ed originale nell'ambito delle celebrazioni cittadine nel 250° anniversario della morte del maestro, che portarono Cremona alla ribalta ed al centro delle attenzioni del mondo culturale internazionale. Particolare, inoltre, nella sua concezione, fu la grande mostra allestita presso la galleria “Il Triangolo” nel 1982, in occasione del 2200° anniversario di fondazione della colonia romana di Cremona, che avvenne nel 218 a.C. . Anche a questo evento espositivo prese parte l'Associazione Artisti Professionisti, che continuò a collaborare con le altre realtà artistiche locali e la cui sede ospitò anche mostre personali di artisti provenienti da altre città, a testimonianza di un ininterrotto rapporto con altri centri culturali e di una confermata fiducia e stima che l'Associazione godeva presso altre istituzioni consorelle. Pochi anni dopo, l'Associazione Artisti Professionisti impresse a se stessa e ai propri componenti una svolta importante.
Crediti Graphomedia - AlpiSol